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Referendum trivelle: tutto quello che c’è da sapere

Referendum trivelle: tutto quello che c’è da sapere

Domenica 17 aprile si vota sulle concessioni per l’estrazione di gas e petrolio in mare. Dalle 7 alle 23 sarà possibile recarsi alle urne per dare il proprio giudizio su una questione decisamente tecnica.

Il voto degli elettori stabilirà infatti se i permessi per le estrazioni di idrocarburi in mare entro 12 miglia dalla costa – le cosiddette trivelle – debbano durare fino all’esaurimento totale del giacimento, come avviene attualmente, o debbano essere definitivamente interrotte una volta scaduta la concessione statale.

Un referendum già entrato nella storia, in quanto è il primo ad essere stato ottenuto grazie ad una raccolta firme indetta da nove Consigli Regionali dello Stivale.

Ma quali saranno, nello specifico, le conseguenze di questa chiamata alle urne per il nostro paese?

Vittoria del Sì – Le società petrolifere avranno l’obbligo di cessare le loro attività di ricerca ed estrazione smantellando le piattaforme una volta raggiunta la scadenza delle loro concessioni a prescindere dalle condizioni del giacimento, quindi anche in caso di ulteriore capacità estrattiva. La prima concessione  scadrebbe tra due anni, l’ultima nel 2034.

Vittoria del No o mancato raggiungimento del quorum – Le trivellazioni in essere potranno proseguire per tutta la durata prevista dalla concessione, ossia trent’anni, con possibilità di due successive proroghe di dieci e cinque anni. L’ultima legge di stabilità potrebbe tuttavia portare ad una estensione delle attività per l’intera durata del giacimento, purchè esse superino le apposite verifiche circa l’impatto ambientale che vengono abitualmente effettuate ad ogni richiesta di rinnovo.

Trivelle sì? Trivelle no?  – A dividere l’opinione pubblica è soprattutto la questione legata all’inquinamento. Secondo un recente documento pubblicato da Greenpeace, vicino alle piattaforme in mare ci sarebbero sostanze chimiche inquinanti e pericolose per l’ambiente e gli esseri viventi. Il rapporto si basa su dati raccolti fra il 2012 e il 2014 dall’Ispra, su commissione di Eni, relativi a 34 piattaforme a gas gestite dalla compagnia nell’Adriatico. Nei sedimenti marini e nelle cozze che vivono vicino alle piattaforme sono state trovate, in alcuni casi, sostanze chimiche in quantità superiori ai limiti di legge.

La risposta alla denuncia di Greenpeace è arrivata da “Ottimisti e Razionali”, il comitato che si batte contro il referendum al quale hanno preso parte il presidente di Assoelettrica Chicco Testa, imprenditori, e associazioni per lo sviluppo sostenibile come Amici della Terra. Secondo il comitato, i limiti di legge presi a riferimento da Greenpeace valgono per le acque che distano un miglio dalla costa, quindi lontano dai giacimenti dove le soglie sono differenti. In secondo luogo, la ricerca di Ispra non documenterebbe alcuna criticità per l’ecosistema marino legata alla presenza delle piattaforme.

Quali guadagni? – Secondo una ricerca Nomisma-Energia, la tassazione  a cui sono sottoposte in Italia le società petrolifere ammonta al 64% circa, un livello “relativamente alto” nel confronto tra i Paesi Ocse. Ciò deriva dal fatto che, rispetto ad altri settori, le aziende di estrazione idrocarburi hanno l’obbligo di pagare le royalties sul valore di vendita del gas o del petrolio estratto. Per chi trivella in mare, queste imposte corrispondono al 7% sul gas e al 4% sul petrolio. Nel 2015 tutte le estrazioni, sia in mare che sulla terraferma, hanno prodotto un gettito da royalties pari a 352 milioni, di cui 38 milioni dalle piattaforme poste entro le 12 miglia.

Energie rinnovabili: la situazione – L’Italia è uno dei paesi europei che ha convogliato più risorse ed attenzioni sullo sviluppo delle rinnovabili. Secondo i dati GSE (Gestore dei Servizi Energetici), lo scorso anno le energie alternative hanno contribuito a soddisfare oltre 17% del consumo energetico nazionale. Un risultato di assoluto spessore che ha permesso al nostro paese di raggiungere in larghissimo anticipo l’obiettivo fissato dalla UE (ossia il 17% di consumo rinnovabile entro il 2020).

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